mercoledì 30 maggio 2012

L'Islanda esce dalla crisi ma nessuno ne parla


È la storia di una delle nazioni più ricche al mondo, che ha affrontato la crisi peggiore mai piombata addosso ad un paese industrializzato e ne è uscita nel migliore dei modi.
L'Islanda. Già, proprio quel paese che in pochi sanno dove stia esattamente, noto alla cronaca per vulcani dai nomi impronunciabili che con i loro sbuffi bianchi sono in grado di congelare il traffico aereo di un intero emisfero, ha dato il via ad un'eruzione ben più significativa, seppur molto meno conosciuta. Un'esplosione democratica che terrorizza i poteri economici e le banche di tutto il mondo, che porta con se messaggi rivoluzionari: di democrazia diretta, autodeterminazione finanziaria, annullamento del sistema del debito.
Ma procediamo con ordine. L'Islanda è un'isola di sole di 320mila anime – il paese europeo meno popolato se si escludono i micro-stati – privo di esercito. Una città come Bari spalmata su un territorio vasto 100mila chilometri quadrati, un terzo dell'intera Italia, situato un poco a sud dell'immensa Groenlandia.
15 anni di crescita economica avevano fatto dell'Islanda uno dei paesi più ricchi del mondo. Ma su quali basi poggiava questa ricchezza? Il modello di 'neoliberismo puro' applicato nel paese che ne aveva consentito il rapido sviluppo avrebbe ben presto presentato il conto. Nel 2003 tutte le banche del paese erano state privatizzate completamente. Da allora esse avevano fatto di tutto per attirare gli investimenti stranieri, adottando la tecnica dei conti online, che riducevano al minimo i costi di gestione e permettevano di applicare tassi di interesse piuttosto alti. IceSave, si chiamava il conto, una sorta del nostrano Conto Arancio. Moltissimi stranieri, soprattutto inglesi e olandesi vi avevano depositato i propri risparmi.
Così, se da un lato crescevano gli investimenti, dall'altro aumentava il debito estero delle stesse banche. Nel 2003 era pari al 200 per cento del prodotto interno lordo islandese, quattro anni dopo, nel 2007, era arrivato al 900 per cento. A dare il colpo definitivo ci pensò la crisi dei mercati finanziari del 2008. Le tre principali banche del paese, la Landsbanki, la Kaupthing e la Glitnir, caddero in fallimento e vennero nazionalizzate; il crollo della corona sull'euro – che perse in breve l'85 per cento – non fece altro che decuplicare l'entità del loro debito insoluto. Alla fine dell'anno il paese venne dichiarato in bancarotta.

Il Primo Ministro conservatore Geir Haarde, alla guida della coalizione Social-Democratica che governava il paese, chiese l’aiuto del Fondo Monetario Internazionale, che accordò all'Islanda un prestito di 2 miliardi e 100 milioni di dollari, cui si aggiunsero altri 2 miliardi e mezzo da parte di alcuni Paesi nordici. Intanto, le proteste ed il malcontento della popolazione aumentavano.

A gennaio, un presidio prolungato davanti al parlamento portò alle dimissioni del governo. Nel frattempo i potentati finanziari internazionali spingevano perché fossero adottate misure drastiche. Il Fondo Monetario Internazionale e l'Unione Europea proponevano allo stato islandese di di farsi carico del debito insoluto delle banche, socializzandolo. Vale a dire spalmandolo sulla popolazione. Era l'unico modo, a detta loro, per riuscire a rimborsare il debito ai creditori, in particolar modo a Olanda ed Inghilterra, che già si erano fatti carico di rimborsare i propri cittadini.

Il nuovo governo, eletto con elezioni anticipate ad aprile 2009, era una coalizione di sinistra che, pur condannando il modello neoliberista fin lì prevalente, cedette da subito alle richieste della comunità economica internazionale: con una apposita manovra di salvataggio venne proposta la restituzione dei debiti attraverso il pagamento di 3 miliardi e mezzo di euro complessivi, suddivisi fra tutte le famiglie islandesi lungo un periodo di 15 anni e con un interesse del 5,5 per cento.

Si trattava di circa 100 euro al mese a persona, che ogni cittadino della nazione avrebbe dovuto pagare per 15 anni; un totale di 18mila euro a testa per risarcire un debito contratto da un privato nei confronti di altri privati. Einars Már Gudmundsson, un romanziere islandese, ha recentemente affermato che quando avvenne il crack, “gli utili [delle banche, ndr] sono stati privatizzati ma le perdite sono state nazionalizzate”. Per i cittadini d'Islanda era decisamente troppo.

Fu qui che qualcosa si ruppe. E qualcos'altro invece si riaggiustò. Si ruppe l'idea che il debito fosse un'entità sovrana, in nome della quale era sacrificabile un'intera nazione. Che i cittadini dovessero pagare per gli errori commessi da un manipoli di banchieri e finanzieri. Si riaggiustò d'un tratto il rapporto con le istituzioni, che di fronte alla protesta generalizzata decisero finalmente di stare dalla parte di coloro che erano tenuti a rappresentare.

Accadde che il capo dello Stato, Ólafur Ragnar Grímsson, si rifiutò di ratificare la legge che faceva ricadere tutto il peso della crisi sulle spalle dei cittadini e indisse, su richiesta di questi ultimi, un referendum, di modo che questi si potessero esprimere.

La comunità internazionale aumentò allora la propria pressione sullo stato islandese. Olanda ed Inghilterra minacciarono pesanti ritorsioni, arrivando a paventare l'isolamento dell'Islanda. I grandi banchieri di queste due nazioni usarono il loro potere ricattare il popolo che si apprestava a votare. Nel caso in cui il referendum fosse passato, si diceva, verrà impedito ogni aiuto da parte del Fmi, bloccato il prestito precedentemente concesso. Il governo inglese arrivò a dichiarare che avrebbe adottato contro l'Islanda le classiche misure antiterrorismo: il congelamento dei risparmi e dei conti in banca degli islandesi. “Ci è stato detto che se rifiutiamo le condizioni, saremo la Cuba del nord – ha continuato Grímsson nell'intervista - ma se accettiamo, saremo l’Haiti del nord”.

A marzo 2010, il referendum venne stravinto, con il 93 per cento delle preferenze, da chi sosteneva che il debito non dovesse essere pagato dai cittadini. Le ritorsioni non si fecero attendere: il Fmi congelò immediatamente il prestito concesso. Ma la rivoluzione non si fermò. Nel frattempo, infatti, il governo – incalzato dalla folla inferocita – si era mosso per indagare le responsabilità civili e penali del crollo finanziario. L'Interpool emise un ordine internazionale di arresto contro l’ex-Presidente della Kaupthing,Sigurdur Einarsson. Gli altri banchieri implicati nella vicenda abbandonarono in fretta l'Islanda.

In questo clima concitato si decise di creare ex novo una costituzione islandese, che sottraesse il paese allo strapotere dei banchieri internazionali e del denaro virtuale. Quella vecchia risaliva a quando il paese aveva ottenuto l'indipendenza dalla Danimarca, ed era praticamente identica a quella danese eccezion fatta per degli aggiustamenti marginali (come inserire la parola 'presidente' al posto di 're').

Per la nuova carta si scelse un metodo innovativo. Venne eletta un'assemblea costituente composta da 25 cittadini. Questi furono scelti, tramite regolari elezioni, da una base di 522 che avevano presentato la candidatura. Per candidarsi era necessario essere maggiorenni, avere l'appoggio di almeno 30 persone ed essere liberi dalla tessera di un qualsiasi partito.

Ma la vera novità è stato il modo in cui è stata redatta la magna charta. "Io credo - ha detto Thorvaldur Gylfason, un membro del Consiglio costituente - che questa sia la prima volta in cui una costituzione viene abbozzata principalmente in Internet".

Chiunque poteva seguire i progressi della costituzione davanti ai propri occhi. Le riunioni del Consiglio eranotrasmesse in streamingonline e chiunque poteva commentare le bozze e lanciare da casa le proprie proposte. Veniva così ribaltato il concetto per cui le basi di una nazione vanno poste in stanze buie e segrete, per mano di pochi saggi. La costituzione scaturita da questo processo partecipato di democrazia diretta verrà sottoposta al vaglio del parlamento immediatamente dopo le prossime elezioni.

Ed eccoci così arrivati ad oggi. Con l'Islanda che si sta riprendendo dalla terribile crisi economica e lo sta facendo in modo del tutto opposto a quello che viene generalmente propagandato come inevitabile. Niente salvataggi da parte di Bce o Fmi, niente cessione della propria sovranità a nazioni straniere, ma piuttosto un percorso di riappropriazione dei diritti e della partecipazione.

Lo sappiano i cittadini greci, cui è stato detto che la svendita del settore pubblico era l'unica soluzione. E lo tengano a mente anche quelli portoghesi, spagnoli ed italiani. In Islanda è stato riaffermato un principio fondamentale: è la volontà del popolo sovrano a determinare le sorti di una nazione, e questa deve prevalere su qualsiasi accordo o pretesa internazionale. Per questo nessuno racconta a gran voce la storia islandese.




















Fonti e dati da www.ilcambiamento.it




La crisi del 2012 non esiste

La crisi che da qualche anno sta colpendo non solo l'Italia ma l'Europa e gli USA in realtà non esiste. Tutti parlano di un momento economico particolare, ma sinceramente questo è solo l'inizio di una nuova epoca dove tutti, in proporzione, dovranno ridimensionare le proprie abitudini e spese. Siamo arrivati a questo punto dopo un collasso dovuto a vari fattori tra i quali l'inserimento dell'euro, il sistema creditizio bancario e il consumismo. Non poteva esistere un mondo dove la gente per andare in vacanza andava in banca a chiedere un finanziamento, dove si comprava tutto a rate, dove venivano ogni giorno lanciate nuove carte di credito con rimborsi a lungo termine, dove tutto era mutuato anche in considerazione della rivalutazione futura. Questa non è una crisi che durerà qualche anno, ma si tratta di un evidente e naturale adeguamento dello stile di vita mondiale. Dobbiamo tutti prendere atto che non ci sarà una ripresa e non ci dobbiamo lamentare della crisi perché questa sarà la situazione dei prossimi decenni e non esiste uno stato Eldorado dove andare e trovare la fortuna, ci sono delle realtà ancora in crescita o in minore calo ma la situazione attuale entro qualche anno sarà mondiale. Non c'è da meravigliarsi se in futuro vedremo l'uscita della Grecia dall'unione europea con il conseguente crollo del valore dell'euro nei mercati e le difficoltà di stati come Italia, Spagna e Portogallo nel sostenere i debiti pubblici. Tutti dobbiamo cambiare: partiti politici, governo, istituzioni, aziende, privati, normali cittadini. I Maya nel 2012 non avevano previsto la fine del mondo come tutti scrivono, ma un cambiamento radicale nella vita del mondo che poteva riguardare anche clima o economia. Anche questa volta, secondo me, hanno previsto il futuro con secoli di anticipo. La fine del mondo non arriverà, ma come hanno detto i Maya arriverà la fine della vita da consumisti e dovremmo vivere con dei nuovi parametri giornalieri nel lavoro e nella famiglia.



Parata militare 2 Giugno 2012 - Napolitano - Repubblica

La parata militare del 2 giugno, dichiara il presidente della repubblica Napolitano, sarà più snella ed economica rispetto al passato. Effettivamente a sfilare lungo via dei Fori Imperiali saranno circa 3.200 militari e civili e il costo complessivo - secondo le stime della Difesa - dovrebbe aggirarsi tra i 2 milioni e 600mila euro e i 2 milioni e 900mila (con un risparmio oscillante dal milione e mezzo al milione e 900mila euro riguardo all'edizione 2011, e tra oltre 600mila e 900mila euro, rispetto all'edizione 2010). Questi i costi dichiarati ufficialmente, ma tutti sappiamo che dale previsioni alla relata le cose cambiano, inoltre non hanno inserito tutti i costi sostenuti indirettamente dal comune e da tutti i vari enti che porterebbero la cifra a quasi 10 milioni di euro. I militari invece di farli camminare per le strade della capitale mandiamoli tutti a ricostruire l'Italia. Come ciliegina sulla torta ieri il 29 Maggio Napolitano ha dichiarato che questa parata militare sarà dedicata ai terremotati dell'Emilia Romagna, ma ci stai prendendo per il culo? Dedichi una parata militare che costa 3 milioni di euro in mezza giornata ai terremotati? Sono l'unico a pensare che la repubblica non debba essere festeggiata con una parata militare che secondo me simboleggia l'opposto? Una parata militare...... Ma siamo in Italia nel 2012 o nell'Unione Sovietica della falce e martello? Ah no, forse c'è ancora una guerra fredda segreta tra l'Italia e la Jamaica. O forse ci stiamo armando per sbarcare con le navi della marina italiana ad Ibiza per l'apertura delle discoteche, e si sa che l'uomo in uniforme cucca... 



martedì 29 maggio 2012

Costi viaggio del Papa a Milano il 1 Giugno 2012

In questi giorni di Maggio 2012 continuano a verificarsi scosse di terremoto con crolli, feriti, morti e sfollati in Emilia Romagna. Questo evento coincide con il prossimo viaggio del Papa a Milano il 1 Giugno per una permanenza di tre giorni. I costi di questo spostamento sono esorbitanti. Il web si sta mobilitando per far rinunciare a questo viaggio il pontefice ed aiutare la popolazione colpita dal sisma. Viste le cifre sarebbe una cosa coscienziosa, ma vista la chiesa di oggi un'utopia. Per di più con la ricchezza del Vaticano potremmo sistemare L'Aquila, l'Emilia Romagna e molto altro in un colpo solo.
Benedetto XVI andrà prima in Duomo, poi alla Scala, poi a San Siro e al Parco Nord a Bresso per la messa della domenica. Alcuni costi, certi e comunque al ribasso, sono già stati ipotizzati. Il Comune di Milano ha stanziato 3 milioni e 100mila euro. E’ questa la spesa ipotizzata solo per rinforzare i mezzi pubblici, per l’acqua potabile e le numerose esigenze legate all’arrivo di un numero impressionante di pellegrini. La Curia parla addirittura di un milione di persone. La macchina organizzativa del Vaticano per portare i fedeli a Bresso sarà enorme. Si parla di almeno 5mila pullman. Nei 3 milioni di euro dovrebbe rientrare anche la finta apertura della linea MM5 della metropolitana. Finta, perché sarà chiusa subito dopo. Oltre ai costi ipotizzati dal Comune di Milano, si aggiungono i 2 milioni di euro stanziati dalla Regione. Tra i 600mila euro e il milione di euro la spesa del comune di Bresso per la sistemazione della viabilità per opere connesse all’arrivo del Papa.Non sono noti i costi che invece sosterranno gli altri comuni come Cinisello Balsamo e Nova Milanese. Si ignora il costo anche della costruzione del super palco sulla pista dell’aeroporto di Bresso, su cui fervono grandi polemiche. Parte dei costi dell’allestimento delle strutture al parco Nord saranno sostenute dagli sponsor. Forse è solo una stridente coincidenza il fatto che alcuni dei comuni che si stanno sobbarcando le spese per la visita del Pontefice, siano gli stessi comuni che non hanno i soldi per pagare le ditte che lavorano per il prolungamento della linea 1 della metropolitana da Sesto a Monza. L’anno scorso, ad agosto, in Spagna c’erano state grandissime proteste con scontri tra gli indignados e i papa boys proprio perché le spese per la visita del Pontefice (anche in questo caso in buona parte sulle spalle dei contribuenti e non del Vaticano) erano giudicate eccessive. Alla fine questi costi ricadranno quasi per il complessivo sulle spalle dei contribuenti. E una cifra che si aggira sui 10 milioni di euro per 3 giorni potrebbe essere molto più utile ad altre persone invece che spese per il Papa che già vive nell'agiatezza del suo Stato del Vaticano.
Devo sottolineare che Benedetto XVI ha comunicato ufficialmente di aver fatto una donazione straordinaria di 100.000 € dopo i terremoti in Emilia, per la ricostruzione di chiese e diocesi. Ora mi chiedo a che "cosa" serve donare i soldi a una popolazione terremotata per la ricostruzione delle chiese quando molti sono senza casa? E la chiamiamo una donazione straordinaria l'equivalente di un decimo della spesa per il suo viaggio di 3 giorni a Milano? Complimenti al vostro Papa e grazie a chi in passato lo ha finanziato e in futuro lo finanzierà.